El Cartel de los Sapos: Romanzo Criminale de noantri

Sebbene con un oceano di mezzo, tra il 2008 ed il 2010 due produzioni televisive differenti, eppure legate da analogie di proporzioni consistenti, spopolano in Italia ed in Colombia: si tratta di Romanzo Criminale e de El cartel de los sapos.

Entrambe le serie sono basate sugli omonimi romanzi, a loro volta ispirati a fatti reali, ambientati in un passato relativamente recente ed aventi per protagonisti principali gruppi criminali di una certa fama.

Unico particolare che separa nettamente i due prodotti è l’assenza di personaggi completamente positivi per quanto riguarda la fiction colombiana. Dettaglio che non stupisce granché, considerando che De Cataldo, autore del romanzo nostrano, è prima di tutto magistrato, mentre Andrés Lopez Lopez -che non è certo uno stinco di santo- scrisse il suo libro in carcere riferendosi principalmente ad eventi vissuti in prima persona.

Comunque sia, i due riescono a raggiungere altissimi livelli di popolarità in contesti piuttosto dissimili tra loro, pur descrivendo situazioni e personaggi che finiscono per assomigliarsi.

D’altra parte, il business è lo stesso e così gli inconvenienti del mestiere: se per ipotesi uscisse domani una serie sul narcotraffico cinese, il prodotto non sarebbe poi molto diverso.

Avrebbe lo stesso successo di Romanzo Criminale o del Cartel?
Credo di no.

Il punto è che, tanto in America Latina quanto nello Stivale, il criminale col tempo viene mitizzato, ed il pubblico è pronto a perdonargli praticamente qualsiasi cosa, soprattutto nel caso in cui il personaggio sia dotato di senso dell’umorismo o di qualche brandello di valori umani. Come il rispetto per i “colleghi” e per la famiglia (la propria, mica quella altrui) o la lealtà.
Per cui il Libanese da una parte e El Fresita dall’altra finiscono per essere riconosciuti come esempi parzialmente positivi: sono, agli occhi del pubblico, prodotto incolpevole del mondo e del tempo in cui vivono, ragion per cui possono essere indiscutibilmente e continuamente giustificati.

Allo stesso tempo, però, pur tenendo costantemente un occhio alle vicende di ieri, le due produzioni sono forti strumenti di denuncia nei confronti di un presente che non è poi molto diverso dal recente passato.

Ed è per l’appunto il fatto di non aver dato indicazioni esplicite nè nel senso della mitizzazione, nè tantomeno nella direzione della denuncia, il fulcro del successo di entrambe le serie.

Viene cioè lasciata a fette di pubblico con differente sensibilità la possibilità di utilizzare più chiavi di lettura.

O anche nessuna: al final del dia, si tratta di intrattenimento.

 

 

Vi tralascio le lamentele sulla pochezza tecnica della produzione colombiana se confrontata con il capolavoro diretto da Stefano Sollima: la fotografia, ad esempio, è degna di Un posto al sole, o peggio di Occhi del Cuore 3, ma quando si lavora a budget ultralimitato come in Caracol non è che si possa pretendere più di tanto.

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