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Non c’é pace in Venezuela

Non c’é pace in Venezuela.

Durante la giornata di ieri, il Tribunale Supremo di Giustizia ha infatti accettato il ricorso contro otto deputati dell’opposizione, minacciando di fatto la maggioranza assoluta di due terzi dei seggi ottenuta in seguito alle elezioni dello scorso 6 dicembre. Pochi minuti fa, la notizia della sospensione del nono.

Tutti i ricorsi presentati prevedono “misure cautelari di sospensione d’effetto”, ragion per cui, il prossimo 5 gennaio, i nove non potranno prendere parte all’insediamento della nuova Asamblea Nacional.

Non bisogna dimenticare che la maggioranza assoluta di due terzi dell’Asamblea avrebbe il potere di rimuovere funzionari, cercare una maniera di destituire il Presidente, approvare riforme economiche e un’amnistia per i prigionieri politici.

Non stupisce, quindi, che nei giorni scorsi l’attuale parlamento a guida chavista abbia convocato una serie di sessioni straordinarie in cui sono stati nominati -guardacaso- 13 nuovi magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia. Uno di essi per esempio, Cristhian Tyrone Zerpa, facendo parte della stessa Asamblea si é di fatto autonominato.

Poco dopo la denuncia dell’opposizione agli organismi internazionali, tuttavia, il Tribunale si era affrettato ad assicurare che non era stato ricevuto alcun ricorso, e che queste “informazioni malsane influiscono negativamente” sul clima di pace del paese.

Rimane un mistero come abbia potuto un organismo statale le cui attivitá sono sospese per ferie fino all’11 gennaio rilasciare dichiarazioni ufficiali e pronunciare sentenze. Quando si dice la magia del Natale.

Oltre al danno, la beffa. Uno scherzo poco divertente in un paese minato da un’inflazione stimata del 200% e dalla mancanza di prodotti di prima necessitá.

 

Venezuela, elezioni, Maduro, Chavez, Asamblea Nacional, opposizione
Non c’é pace in Venezuela

Due anni dopo

Alla fine di dicembre del 2013 nasceva il qui presente Un treno in retromarcia.

Nasceva per caso come collezione di fatti, opinioni ed esperienze.

Nasceva senza confini ben definiti, permettendo cosí di spaziare tra differenti ambiti e contesti: per fare qualche esempio, il qualunquismo arrembante nell’era del web 3.0,  la crisi diplomatica che ha portato alla chiusura della frontiera colombo-venezuelana, la gente incontrata per strada.

 

Siamo tutti tassisti

29 dicembre 2009: Siamo tutti tassisti

 

Ma qui non é Medio Oriente

6 settembre 2015: Ma qui non é Medio Oriente

 

Due anni dopo, posso solamente ringraziare chi ha avuto la pazienza di leggere, commentare, informarsi o disinformarsi attraverso queste pagine.

Un grazie anche a chi ha contribuito al progetto Passaporto di un clandestino regolare: ieri é stato superato il budget richiesto dall’editore, per cui nei prossimi mesi verranno stampate le prime 1000 copie e sará reso disponibile in formato digitale.

Chissá che la stessa sorte possa toccare alla sezione Gente a caso, che meriterebbe la opportunitá di camminare con le proprie gambe, ormai senza l’aiuto del girello rappresentato dal blog.

Ma questa é un’altra storia.

Tralasciando banalitá gramelliniane e buonismo natalizio, vi auguro semplicemente buone feste ed un Felice Anno Nuovo.

Piove sempre sul bagnato

Nel pomeriggio di oggi, il Presidente Juan Manuel Santos ha chiesto al governo dell’Ecuador di avviare un dialogo costruttivo per arginare i problemi insorti nel dipartimento di Nariño, nel sud del Paese.

Come se non bastasse la crisi venezuelana, infatti, la svalutazione del peso colombiano rispetto al dollaro USA -che l’Ecuador ha adottato come moneta ufficiale alcuni anni fa- ha generato conseguenze economiche inattese nelle zone di confine, tanto da portare il Presidente Rafael Correa ad invitare i cittadini ecuadoriani a non comprare elettrodomestici e beni di consumo in Colombia prima (1 settembre), e ad imporre pesanti dazi poi (10 settembre).

Impossibile adottare altri sistemi, non potendo svalutare autonomamente la moneta dello zio Sam.

“In questo momento”, sottolinea Santos,”si sta presentando un problema simile a quello con il Venezuela. In quel caso, a causa del tasso di cambio, i prodotti sono piú economici che in Colombia. In Ecuador é esattamente l’opposto”. Il Presidente ha poi incaricato la cancelliera María Ángela Holguín di riunirsi nella giornata di domani con il Governo ecuadoriano per valutare una possibile soluzione al problema.

Il viaggio in ogni caso era giá stato programmato: in agenda, l’incontro a Quito con la cancelliera venezuelana Delcy Rodríguez per fissare un colloquio tra Santos e Maduro.

Un colloquio con il forte retrogusto di match di boxe.

Ma qui non é Medio Oriente

Un esodo di 16.000 abitanti in due settimane: 1.300 deportati con accuse varie e circa 15.000 persone che hanno deciso di abbandonare volontariamente la propria casa, temendo ritorsioni e maltrattamenti da parte della Guardia Nazionale.

Questi i dati rilasciati dalle Nazioni Unite sull’ultima crisi di confine tra Colombia e Venezuela, che ha portato, nella giornata di ieri, ad una riunione straordinaria con i Ministri degli Esteri di Brasile e Argentina a Bogotá per tentare di avviare un dialogo costruttivo tra i due Paesi.

Secondo fonti ufficiali, 5.6 milioni di colombiani vivono regolarmente in Venezuela, ed a causa della linea dura portata avanti dal Presidente Maduro, molti si sono visti costretti ad abbandonare ció che han conquistato in anni di duro lavoro: alcuni, non rassegnati al triste destino, hanno attraversato il fiume Táchira nei pressi di Cúcuta caricando sulle spalle pesanti lavatrici, frigoriferi, armadi e tutto quello che hanno potuto salvare.

Nel frattempo, i rifugiati -che molto spesso hanno perso qualsiasi tipo di contatto con i parenti in patria colombiana- sono ospitati in accampamenti improvvisati ed altre sistemazioni provvisorie, in attesa di una soluzione alla crisi diplomatica.

Mentre il Presidente Juan Manuel Santos esige rispetto per i protocolli migratori e la riapertura delle frontiere per scopi umanitari, da parte venezuelana non si vede nessun segnale di apertura. Oltre al danno, la beffa: agli studenti venezuelani che studiano in Colombia é stato permesso di tornare a casa per il fine settimana senza alcun tipo di problema.

Nel frattempo, in Venezuela si avvicina la ora delle elezioni politiche, e l’opposizione accusa il Governo di star cercando un capro espiatorio per sviare l’attenzione rispetto alla situazione economica disastrosa in cui versa il Paese. Dal canto suo, l’ex Presidente colombiano Alvaro Uribe Velez, strumentalizzando la crisi, si unisce ai movimenti di protesta: in Colombia é tempo di elezioni amministrative, e qualsiasi voto é benvenuto.

Ma qui non siamo in Oriente, né Medio né intero: non ci sono elementi di folklore come la religione islamica, la lingua incomprensibile ai piú, i cammelli.

Si é praticamente tutti cristiani, alcuni cattolici e altri meno.

Si parla la stessa lingua, anche se é un dialogo tra sordi.

Nel migliore dei casi, si possono fotografare serpenti, capibara ed altri animali non eccessivamente esotici.

Ed il fatto di avere un oceano nel mezzo contribuisce a renderla una tematica di scarso interesse per il pubblico europeo.

Una terra dimenticata ancora una volta: giustamente canta Carlos Vives, benvenuti alla Tierra del Olvido, la terra dell’oblio.

Giornalisti e giornalai

In Venezuela sta succedendo qualsiasi cosa. Ma proprio qualsiasi.
E le maggiori testate nazionali cosa fanno? Nulla, come al solito. Un trafiletto ogni tanto, una nota d’agenzia quando capita: questo è il lavoro del giornalaio, decidere quali notizie vendere a chi vuole comprarle.

Un lavoro più che dignitoso, di per sè.

Un po’ meno se la testata diventa edicola, ed il giornalista un giornalaio.

Se non vi accontentate delle notizie che vende il vostro giornalaio di fiducia, potete trovare qualcosa in più qui e qui.

Poi fate voi, però a volte ho l’impressione che la storia sia quello che sta capitando in Venezuela mentre il CorSera commenta il flop di ascolti di Fazio.