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Si fa presto a dire pace

Il processo di pace de La Habana tra lo Stato colombiano e la FARC compie 3 anni, ed ha ormai bisogno di generare risultati concreti.

In un’intervista di questa mattina alla BBC, il Presidente Juan Manuel Santos ha ribadito l’impegno a sottomettere a referendum il risultato degli accordi, e a rinunciare all’implementazione degli stessi nel caso in cui la popolazione decidesse di votare con un deciso NO.

Quindi, successivamente alla finalizzazione del processo, probabilmente tra aprile e maggio, si dará luogo ad una votazione popolare che, a prescindere dal risultato, scriverá una pagina importante della storia del Paese.

Il giornalista, stupito, gli chiede se in tal caso si farebbe semplicemente da parte, ed il Presidente risponde sicuro: “Sí, perché questo é ció per cui mi sono impegnato dall’inizio (dell’ultima campagna elettorale, nd)”.

Non potrebbe che essere cosí. Se il compromesso definitivo non dovesse assumere le sembianze del ricatto, e la maggior parte dei colombiani dovesse votare a favore del processo di pace, sarebbe una svolta storica che getterebbe le basi per una crescita decisa e duratura di quella che sarebbe una delle maggiori potenze economiche del continente.

Il condizionale é d’obbligo, considerando che tra il sí ed il no trova spazio una serie di sfumature dai contorni incerti, di “ní” che si possono definire tranquillamente “alla colombiana”: soluzioni parziali e di facciata, benefici limitati ai soliti noti, corruzione arrembante a chiudere occhi e coscienze.

A conti fatti, una grande prova di maturitá che valuterá la coesione e la capacitá di sacrificare tragedie personali, rancori ed interessi individuali in nome del bene comune.

Si deciderá se rimanere Stato, o diventar Nazione.

Ma qui non é Medio Oriente

Un esodo di 16.000 abitanti in due settimane: 1.300 deportati con accuse varie e circa 15.000 persone che hanno deciso di abbandonare volontariamente la propria casa, temendo ritorsioni e maltrattamenti da parte della Guardia Nazionale.

Questi i dati rilasciati dalle Nazioni Unite sull’ultima crisi di confine tra Colombia e Venezuela, che ha portato, nella giornata di ieri, ad una riunione straordinaria con i Ministri degli Esteri di Brasile e Argentina a Bogotá per tentare di avviare un dialogo costruttivo tra i due Paesi.

Secondo fonti ufficiali, 5.6 milioni di colombiani vivono regolarmente in Venezuela, ed a causa della linea dura portata avanti dal Presidente Maduro, molti si sono visti costretti ad abbandonare ció che han conquistato in anni di duro lavoro: alcuni, non rassegnati al triste destino, hanno attraversato il fiume Táchira nei pressi di Cúcuta caricando sulle spalle pesanti lavatrici, frigoriferi, armadi e tutto quello che hanno potuto salvare.

Nel frattempo, i rifugiati -che molto spesso hanno perso qualsiasi tipo di contatto con i parenti in patria colombiana- sono ospitati in accampamenti improvvisati ed altre sistemazioni provvisorie, in attesa di una soluzione alla crisi diplomatica.

Mentre il Presidente Juan Manuel Santos esige rispetto per i protocolli migratori e la riapertura delle frontiere per scopi umanitari, da parte venezuelana non si vede nessun segnale di apertura. Oltre al danno, la beffa: agli studenti venezuelani che studiano in Colombia é stato permesso di tornare a casa per il fine settimana senza alcun tipo di problema.

Nel frattempo, in Venezuela si avvicina la ora delle elezioni politiche, e l’opposizione accusa il Governo di star cercando un capro espiatorio per sviare l’attenzione rispetto alla situazione economica disastrosa in cui versa il Paese. Dal canto suo, l’ex Presidente colombiano Alvaro Uribe Velez, strumentalizzando la crisi, si unisce ai movimenti di protesta: in Colombia é tempo di elezioni amministrative, e qualsiasi voto é benvenuto.

Ma qui non siamo in Oriente, né Medio né intero: non ci sono elementi di folklore come la religione islamica, la lingua incomprensibile ai piú, i cammelli.

Si é praticamente tutti cristiani, alcuni cattolici e altri meno.

Si parla la stessa lingua, anche se é un dialogo tra sordi.

Nel migliore dei casi, si possono fotografare serpenti, capibara ed altri animali non eccessivamente esotici.

Ed il fatto di avere un oceano nel mezzo contribuisce a renderla una tematica di scarso interesse per il pubblico europeo.

Una terra dimenticata ancora una volta: giustamente canta Carlos Vives, benvenuti alla Tierra del Olvido, la terra dell’oblio.