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Non c’é pace in Venezuela

Non c’é pace in Venezuela.

Durante la giornata di ieri, il Tribunale Supremo di Giustizia ha infatti accettato il ricorso contro otto deputati dell’opposizione, minacciando di fatto la maggioranza assoluta di due terzi dei seggi ottenuta in seguito alle elezioni dello scorso 6 dicembre. Pochi minuti fa, la notizia della sospensione del nono.

Tutti i ricorsi presentati prevedono “misure cautelari di sospensione d’effetto”, ragion per cui, il prossimo 5 gennaio, i nove non potranno prendere parte all’insediamento della nuova Asamblea Nacional.

Non bisogna dimenticare che la maggioranza assoluta di due terzi dell’Asamblea avrebbe il potere di rimuovere funzionari, cercare una maniera di destituire il Presidente, approvare riforme economiche e un’amnistia per i prigionieri politici.

Non stupisce, quindi, che nei giorni scorsi l’attuale parlamento a guida chavista abbia convocato una serie di sessioni straordinarie in cui sono stati nominati -guardacaso- 13 nuovi magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia. Uno di essi per esempio, Cristhian Tyrone Zerpa, facendo parte della stessa Asamblea si é di fatto autonominato.

Poco dopo la denuncia dell’opposizione agli organismi internazionali, tuttavia, il Tribunale si era affrettato ad assicurare che non era stato ricevuto alcun ricorso, e che queste “informazioni malsane influiscono negativamente” sul clima di pace del paese.

Rimane un mistero come abbia potuto un organismo statale le cui attivitá sono sospese per ferie fino all’11 gennaio rilasciare dichiarazioni ufficiali e pronunciare sentenze. Quando si dice la magia del Natale.

Oltre al danno, la beffa. Uno scherzo poco divertente in un paese minato da un’inflazione stimata del 200% e dalla mancanza di prodotti di prima necessitá.

 

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Non c’é pace in Venezuela

Ma qui non é Medio Oriente

Un esodo di 16.000 abitanti in due settimane: 1.300 deportati con accuse varie e circa 15.000 persone che hanno deciso di abbandonare volontariamente la propria casa, temendo ritorsioni e maltrattamenti da parte della Guardia Nazionale.

Questi i dati rilasciati dalle Nazioni Unite sull’ultima crisi di confine tra Colombia e Venezuela, che ha portato, nella giornata di ieri, ad una riunione straordinaria con i Ministri degli Esteri di Brasile e Argentina a Bogotá per tentare di avviare un dialogo costruttivo tra i due Paesi.

Secondo fonti ufficiali, 5.6 milioni di colombiani vivono regolarmente in Venezuela, ed a causa della linea dura portata avanti dal Presidente Maduro, molti si sono visti costretti ad abbandonare ció che han conquistato in anni di duro lavoro: alcuni, non rassegnati al triste destino, hanno attraversato il fiume Táchira nei pressi di Cúcuta caricando sulle spalle pesanti lavatrici, frigoriferi, armadi e tutto quello che hanno potuto salvare.

Nel frattempo, i rifugiati -che molto spesso hanno perso qualsiasi tipo di contatto con i parenti in patria colombiana- sono ospitati in accampamenti improvvisati ed altre sistemazioni provvisorie, in attesa di una soluzione alla crisi diplomatica.

Mentre il Presidente Juan Manuel Santos esige rispetto per i protocolli migratori e la riapertura delle frontiere per scopi umanitari, da parte venezuelana non si vede nessun segnale di apertura. Oltre al danno, la beffa: agli studenti venezuelani che studiano in Colombia é stato permesso di tornare a casa per il fine settimana senza alcun tipo di problema.

Nel frattempo, in Venezuela si avvicina la ora delle elezioni politiche, e l’opposizione accusa il Governo di star cercando un capro espiatorio per sviare l’attenzione rispetto alla situazione economica disastrosa in cui versa il Paese. Dal canto suo, l’ex Presidente colombiano Alvaro Uribe Velez, strumentalizzando la crisi, si unisce ai movimenti di protesta: in Colombia é tempo di elezioni amministrative, e qualsiasi voto é benvenuto.

Ma qui non siamo in Oriente, né Medio né intero: non ci sono elementi di folklore come la religione islamica, la lingua incomprensibile ai piú, i cammelli.

Si é praticamente tutti cristiani, alcuni cattolici e altri meno.

Si parla la stessa lingua, anche se é un dialogo tra sordi.

Nel migliore dei casi, si possono fotografare serpenti, capibara ed altri animali non eccessivamente esotici.

Ed il fatto di avere un oceano nel mezzo contribuisce a renderla una tematica di scarso interesse per il pubblico europeo.

Una terra dimenticata ancora una volta: giustamente canta Carlos Vives, benvenuti alla Tierra del Olvido, la terra dell’oblio.