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Uno stivale che va stretto

Un giorno, un caro amico mi disse: “Le vittime non sono mai in silenzio stampa”.

Lì per lì non capii esattamente di che stesse parlando: la vittima, per definizione, non ha possibilità di espressione nè diritto di replica. Eppure, più passa il tempo e più mi accorgo di quanta ragione avesse.

Se da un lato, infatti, i protagonisti di una qualsiasi tragedia X  passano a miglior vita, dall’altro si scoprono datori di lavoro di decine e decine di portavoce più o meno autorizzati che iniziano a spiegare, a opinare, a supporre e a trarre conclusioni di qualsiasi tipo.

È inevitabile, per esempio, che il caso della ventottenne Valeria Solesin, da quattro anni residente a Parigi, porti anche a riflessioni a riguardo dei giovani italiani all’estero. La fuga dei cervelli, le difficoltà di adattamento a contesti sociali differenti dettata dalla necessità di crescita professionale e dalla mancanza di opportunità in Patria e altro ciarpame simile riempie le pagine dei giornali -e le balle di chi all’estero ci vive.

Tutto ciò basato su un solo dogma: quello che tutti gli italiani abbiano l’irrefrenabile desiderio di nascere, vivere, studiare, lavorare e morire in Italia.

Care italiane, cari italiani: non dimenticate la storia di un Paese di santi, poeti e navigatori. Santi che non furono missionari solamente per obbedienza, poeti che non vissero lontano dai confini nazionali unicamente quando esiliati, e navigatori che non passarono la vita a navigare a vista le coste dello Stivale.

Stivale e piede, nulla più. I partigiani del piede tendono a dar la colpa allo stivale e quelli dello stivale, al piede: un dialogo tra sordi in cui i cervelli sono in fuga, quindi chi rimane è meno furbo o capace degli altri; o in cui chi resta dimostra un amor di Patria più grande di chi se ne va.

La verità è che si tratta di un errore grossolano dar la colpa al piede o allo stivale. Molto più semplicemente, nel caso in cui uno non si possa adattare all’altro, è impossibile correre – o anche soltanto camminare.