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Si fa presto a dire pace

Il processo di pace de La Habana tra lo Stato colombiano e la FARC compie 3 anni, ed ha ormai bisogno di generare risultati concreti.

In un’intervista di questa mattina alla BBC, il Presidente Juan Manuel Santos ha ribadito l’impegno a sottomettere a referendum il risultato degli accordi, e a rinunciare all’implementazione degli stessi nel caso in cui la popolazione decidesse di votare con un deciso NO.

Quindi, successivamente alla finalizzazione del processo, probabilmente tra aprile e maggio, si dará luogo ad una votazione popolare che, a prescindere dal risultato, scriverá una pagina importante della storia del Paese.

Il giornalista, stupito, gli chiede se in tal caso si farebbe semplicemente da parte, ed il Presidente risponde sicuro: “Sí, perché questo é ció per cui mi sono impegnato dall’inizio (dell’ultima campagna elettorale, nd)”.

Non potrebbe che essere cosí. Se il compromesso definitivo non dovesse assumere le sembianze del ricatto, e la maggior parte dei colombiani dovesse votare a favore del processo di pace, sarebbe una svolta storica che getterebbe le basi per una crescita decisa e duratura di quella che sarebbe una delle maggiori potenze economiche del continente.

Il condizionale é d’obbligo, considerando che tra il sí ed il no trova spazio una serie di sfumature dai contorni incerti, di “ní” che si possono definire tranquillamente “alla colombiana”: soluzioni parziali e di facciata, benefici limitati ai soliti noti, corruzione arrembante a chiudere occhi e coscienze.

A conti fatti, una grande prova di maturitá che valuterá la coesione e la capacitá di sacrificare tragedie personali, rancori ed interessi individuali in nome del bene comune.

Si deciderá se rimanere Stato, o diventar Nazione.

Tu chiamale, se vuoi, elezioni

In quelle che di fatto sono le prove generali delle elezioni presidenziali di maggio, il Centro Democratico dell’ex presidente Uribe batte di misura (16%) il Partido Social de Unidad Nacional, il partito liberale ed il partito conservatore (12% ciascuno dei tre).

 

Gli altri stanno a guardare.

In prima fila, tuttavia, si può notare un nutrito gruppo di spettatori di eccezione: i militanti delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), che, nel pieno delle trattative di pace iniziate nel 2012, si trovano ora ad un bivio.

Da un lato, il difficile tentativo di mediazione portato avanti dall’attuale presidente Santos (Partido Social de Unidad Nacional), dall’altro la linea dura proposta da Uribe e dai suoi ed il rifiuto di proseguire le trattative di pace con qualsiasi gruppo armato.

Negli ultimi anni, quest’ultima posizione ha portato all’introduzione di stringenti norme antiriciclaggio ed ha inasprito i conflitti nelle zone amazzoniche del Paese: ciò si riflette ad esempio nel raddoppio dei posti di blocco stradali in tutte le regioni del sud e nella virtuale impossibilità di aprire un conto corrente per i cittadini colombiani che lavorano all’estero.

La mediazione, d’altro canto, procede a rilento ed è spesso bersaglio dell’ira dell’opinione pubblica: nei mesi passati le proposte di amnistia parziale hanno incontrato più volte l’opposizione della gente comune.

Nel frattempo, in un panorama in cui i voti si comprano e si vendono ed i partiti cambiano ma le facce no, gli scrutatori fanno il loro lavoro: vengono estratti casualmente, non ricevono compenso e se -disgraziati loro- dovessero rifiutarsi di svolgere il proprio dovere di buoni cittadini, sarebbero costretti a pagare una multa pari a 10 salari minimi. Sei milioni di pesos in tutto, circa 2.200 euro.

Se preferite, quattro milioni delle vecchie lire.

Mica pizza e fichi.