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Non c’é pace in Venezuela

Non c’é pace in Venezuela.

Durante la giornata di ieri, il Tribunale Supremo di Giustizia ha infatti accettato il ricorso contro otto deputati dell’opposizione, minacciando di fatto la maggioranza assoluta di due terzi dei seggi ottenuta in seguito alle elezioni dello scorso 6 dicembre. Pochi minuti fa, la notizia della sospensione del nono.

Tutti i ricorsi presentati prevedono “misure cautelari di sospensione d’effetto”, ragion per cui, il prossimo 5 gennaio, i nove non potranno prendere parte all’insediamento della nuova Asamblea Nacional.

Non bisogna dimenticare che la maggioranza assoluta di due terzi dell’Asamblea avrebbe il potere di rimuovere funzionari, cercare una maniera di destituire il Presidente, approvare riforme economiche e un’amnistia per i prigionieri politici.

Non stupisce, quindi, che nei giorni scorsi l’attuale parlamento a guida chavista abbia convocato una serie di sessioni straordinarie in cui sono stati nominati -guardacaso- 13 nuovi magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia. Uno di essi per esempio, Cristhian Tyrone Zerpa, facendo parte della stessa Asamblea si é di fatto autonominato.

Poco dopo la denuncia dell’opposizione agli organismi internazionali, tuttavia, il Tribunale si era affrettato ad assicurare che non era stato ricevuto alcun ricorso, e che queste “informazioni malsane influiscono negativamente” sul clima di pace del paese.

Rimane un mistero come abbia potuto un organismo statale le cui attivitá sono sospese per ferie fino all’11 gennaio rilasciare dichiarazioni ufficiali e pronunciare sentenze. Quando si dice la magia del Natale.

Oltre al danno, la beffa. Uno scherzo poco divertente in un paese minato da un’inflazione stimata del 200% e dalla mancanza di prodotti di prima necessitá.

 

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Non c’é pace in Venezuela

Tu chiamale, se vuoi, elezioni

In quelle che di fatto sono le prove generali delle elezioni presidenziali di maggio, il Centro Democratico dell’ex presidente Uribe batte di misura (16%) il Partido Social de Unidad Nacional, il partito liberale ed il partito conservatore (12% ciascuno dei tre).

 

Gli altri stanno a guardare.

In prima fila, tuttavia, si può notare un nutrito gruppo di spettatori di eccezione: i militanti delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), che, nel pieno delle trattative di pace iniziate nel 2012, si trovano ora ad un bivio.

Da un lato, il difficile tentativo di mediazione portato avanti dall’attuale presidente Santos (Partido Social de Unidad Nacional), dall’altro la linea dura proposta da Uribe e dai suoi ed il rifiuto di proseguire le trattative di pace con qualsiasi gruppo armato.

Negli ultimi anni, quest’ultima posizione ha portato all’introduzione di stringenti norme antiriciclaggio ed ha inasprito i conflitti nelle zone amazzoniche del Paese: ciò si riflette ad esempio nel raddoppio dei posti di blocco stradali in tutte le regioni del sud e nella virtuale impossibilità di aprire un conto corrente per i cittadini colombiani che lavorano all’estero.

La mediazione, d’altro canto, procede a rilento ed è spesso bersaglio dell’ira dell’opinione pubblica: nei mesi passati le proposte di amnistia parziale hanno incontrato più volte l’opposizione della gente comune.

Nel frattempo, in un panorama in cui i voti si comprano e si vendono ed i partiti cambiano ma le facce no, gli scrutatori fanno il loro lavoro: vengono estratti casualmente, non ricevono compenso e se -disgraziati loro- dovessero rifiutarsi di svolgere il proprio dovere di buoni cittadini, sarebbero costretti a pagare una multa pari a 10 salari minimi. Sei milioni di pesos in tutto, circa 2.200 euro.

Se preferite, quattro milioni delle vecchie lire.

Mica pizza e fichi.