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Narcos visto da qui

Narcos.

Inutile nasconderlo, la prima stagione della produzione Netflix che ricostruisce in maniera piú o meno fedele gli eventi legati alla vita di Pablo Escobar é diventato un vero e proprio fenomeno, complice lo sdoganamento -finalmente, viene da aggiungere- in Italia della celebre piattaforma nordamericana di streaming on demand.

Spinto quindi dalla curiositá e dall’interesse per il genere, oltre che quello piuttosto evidente per il contesto sociale e culturale del paese in cui vivo, ho deciso di darci un’occhiata.

 

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Narcos – A Netflix original series

 

INIZIAMO BENE

La struttura della serie é interessante ed equilibrata: da un lato, si seguono le vicende dell’agente della DEA Steve Murphy, mentre dall’altro ci si concentra sulla famiglia Escobar e sull’attivitá criminale del Cartel de Medellín.

Notevole la scelta di mettere al centro di Narcos il contesto storico, spiegando in maniera sommaria, peró utilizzando spesso e volentieri filmati e documenti originali, alcuni degli eventi chiave della storia colombiana degli ultimi 30 anni.

L’omicidio Galán, la strage del volo Bogotá-Cali, l’M-19 e l’assedio al Palacio de Justicia; non si tratta, come sfortunatamente accade spesso, di elementi di contorno. Al contrario, l’attenzione si sposta sulle difficili decisioni prese dal presidente Gaviria, le reazioni dell’opinione pubblica, le tensioni interne.

 

NE FERISCE PIÚ LA LINGUA CHE LA SPADA

Non si tratta della solita sbobba del gringo che salva la patria altrui senza che nessuno glie lo abbia chiesto, per intenderci: lo si capisce giá dalle scelte linguistiche. I dialoghi tra nordamericani avvengono ovviamente in inglese USA, mentre quelli tra colombiani sono in spagnolo colombiano con le relative differenze regionali.

Spiccano in questo senso André Mattos, brasiliano, nei panni del narcotrafficante Jorge Ochoa e capace di imitare molto bene l’accento paisa, e quello simil-bogotano di Javier Peña, personaggio interpretato dal cileno Pedro Pascal -Oberyn Martell in Game of Thrones, proprio lui.

Pessima invece da questo punto di vista la prova di Wagner Moura, brasiliano, nei panni di Pablo Escobar: la forte inflessione portoghese della parlata é decisamente fastidiosa e fa passare in secondo piano una recitazione che di per sé sarebbe eccellente. Ottimo lo sforzo, considerando che al momento del casting l’attore non parlava spagnolo e l’ha dovuto imparare in appena 5 mesi; tuttavia, la colpa non é del pubblico e sarebbe bastato contrattare un colombiano.

Tra i colombiani, per l’appunto, una menzione per Manolo Cardona, che dopo il successo del Cartel de los Sapos cambia nettamente ruolo, da narcotrafficante a paladino della giustizia nei panni del Viceministro Sandoval. E’ tra l’altro uno dei migliori, insieme all’onnipresente Pascal, al momento di passare da una lingua all’altra.

 

HERRARE HUMANUM EST

Tirando le somme, la prima stagione di Narcos non é esente da difetti di vario genere, senza considerare che non é facile vendere un prodotto di questo tipo, almeno qui e ora, e meno con un cast variopinto in cui figurano molti stranieri.

Immaginatevi, per assurdo, una soap-opera del 1967 incentrata sul Duce, in cui il registra e l’attore principale sono francesi: la tentazione di lasciar perdere a metá del primo episodio sarebbe molto forte.

Avere successo nonostante questo, significa senza dubbio aver fatto un ottimo lavoro complessivo.

Due anni dopo

Alla fine di dicembre del 2013 nasceva il qui presente Un treno in retromarcia.

Nasceva per caso come collezione di fatti, opinioni ed esperienze.

Nasceva senza confini ben definiti, permettendo cosí di spaziare tra differenti ambiti e contesti: per fare qualche esempio, il qualunquismo arrembante nell’era del web 3.0,  la crisi diplomatica che ha portato alla chiusura della frontiera colombo-venezuelana, la gente incontrata per strada.

 

Siamo tutti tassisti

29 dicembre 2009: Siamo tutti tassisti

 

Ma qui non é Medio Oriente

6 settembre 2015: Ma qui non é Medio Oriente

 

Due anni dopo, posso solamente ringraziare chi ha avuto la pazienza di leggere, commentare, informarsi o disinformarsi attraverso queste pagine.

Un grazie anche a chi ha contribuito al progetto Passaporto di un clandestino regolare: ieri é stato superato il budget richiesto dall’editore, per cui nei prossimi mesi verranno stampate le prime 1000 copie e sará reso disponibile in formato digitale.

Chissá che la stessa sorte possa toccare alla sezione Gente a caso, che meriterebbe la opportunitá di camminare con le proprie gambe, ormai senza l’aiuto del girello rappresentato dal blog.

Ma questa é un’altra storia.

Tralasciando banalitá gramelliniane e buonismo natalizio, vi auguro semplicemente buone feste ed un Felice Anno Nuovo.

La neve ed il sale

Quando suona la prima sveglia é ancora buio.

L’aria frizzante del mattino che entra timidamente dalla finestra aperta lascia sperare in una giornata fresca. Ma é solamente  un’illusione: é il 21 dicembre, suona la terza ed ultima sveglia, quella delle 5:15, e ben presto il termometro tornerá a segnare 30 gradi.

Caffé, uova con pomodoro e cipolla e due ore di viaggio tra Santa Marta e Barranquilla, un lunedí come tanti altri.

La Troncal del Caribe é l’unica via di comunicazione terrestre diretta tra la frontiera venezuelana di Paraguachón (La Guajira) ed il punto piú prossimo alla frontiera panameña, la cittadina di Turbo (Antioquia). Percorrendo la maggior parte della costa atlantica del paese, costeggia per una cinquantina di kilometri il mare da un lato, e le paludi della Ciénaga Grande de Santa Marta dall’altro.

Ad un tratto, una frenata brusca mi sveglia, guardo fuori.

A pochi passi dal Mercedes Sprinter, il sole si riflette sullo strato bianco di 10-15 centimetri che copre l’erba ed i bassi arbusti a bordo strada.

Per un millimetro di secondo -come direbbe il Presidente Maduro- non mi chiedo di che si tratti: per un attimo, anche se solamente per un istante, mi convinco che sia neve.

Sorrido. Nella terra del realismo magico tutto é possibile.

Ripenso alla vecchia Fiat Uno e a quella foto in cui é mezza ammantata di bianco, tanto da confondersi con il paesaggio circostante.

Mentre le saline di Pueblo Viejo si allontanano, provo a riprendere sonno.

É un altro lunedí come tanti, il 21 dicembre, “mancavano 4 giorni a Natale” (cit.)

Si fa presto a dire pace

Il processo di pace de La Habana tra lo Stato colombiano e la FARC compie 3 anni, ed ha ormai bisogno di generare risultati concreti.

In un’intervista di questa mattina alla BBC, il Presidente Juan Manuel Santos ha ribadito l’impegno a sottomettere a referendum il risultato degli accordi, e a rinunciare all’implementazione degli stessi nel caso in cui la popolazione decidesse di votare con un deciso NO.

Quindi, successivamente alla finalizzazione del processo, probabilmente tra aprile e maggio, si dará luogo ad una votazione popolare che, a prescindere dal risultato, scriverá una pagina importante della storia del Paese.

Il giornalista, stupito, gli chiede se in tal caso si farebbe semplicemente da parte, ed il Presidente risponde sicuro: “Sí, perché questo é ció per cui mi sono impegnato dall’inizio (dell’ultima campagna elettorale, nd)”.

Non potrebbe che essere cosí. Se il compromesso definitivo non dovesse assumere le sembianze del ricatto, e la maggior parte dei colombiani dovesse votare a favore del processo di pace, sarebbe una svolta storica che getterebbe le basi per una crescita decisa e duratura di quella che sarebbe una delle maggiori potenze economiche del continente.

Il condizionale é d’obbligo, considerando che tra il sí ed il no trova spazio una serie di sfumature dai contorni incerti, di “ní” che si possono definire tranquillamente “alla colombiana”: soluzioni parziali e di facciata, benefici limitati ai soliti noti, corruzione arrembante a chiudere occhi e coscienze.

A conti fatti, una grande prova di maturitá che valuterá la coesione e la capacitá di sacrificare tragedie personali, rancori ed interessi individuali in nome del bene comune.

Si deciderá se rimanere Stato, o diventar Nazione.

Uno stivale che va stretto

Un giorno, un caro amico mi disse: “Le vittime non sono mai in silenzio stampa”.

Lì per lì non capii esattamente di che stesse parlando: la vittima, per definizione, non ha possibilità di espressione nè diritto di replica. Eppure, più passa il tempo e più mi accorgo di quanta ragione avesse.

Se da un lato, infatti, i protagonisti di una qualsiasi tragedia X  passano a miglior vita, dall’altro si scoprono datori di lavoro di decine e decine di portavoce più o meno autorizzati che iniziano a spiegare, a opinare, a supporre e a trarre conclusioni di qualsiasi tipo.

È inevitabile, per esempio, che il caso della ventottenne Valeria Solesin, da quattro anni residente a Parigi, porti anche a riflessioni a riguardo dei giovani italiani all’estero. La fuga dei cervelli, le difficoltà di adattamento a contesti sociali differenti dettata dalla necessità di crescita professionale e dalla mancanza di opportunità in Patria e altro ciarpame simile riempie le pagine dei giornali -e le balle di chi all’estero ci vive.

Tutto ciò basato su un solo dogma: quello che tutti gli italiani abbiano l’irrefrenabile desiderio di nascere, vivere, studiare, lavorare e morire in Italia.

Care italiane, cari italiani: non dimenticate la storia di un Paese di santi, poeti e navigatori. Santi che non furono missionari solamente per obbedienza, poeti che non vissero lontano dai confini nazionali unicamente quando esiliati, e navigatori che non passarono la vita a navigare a vista le coste dello Stivale.

Stivale e piede, nulla più. I partigiani del piede tendono a dar la colpa allo stivale e quelli dello stivale, al piede: un dialogo tra sordi in cui i cervelli sono in fuga, quindi chi rimane è meno furbo o capace degli altri; o in cui chi resta dimostra un amor di Patria più grande di chi se ne va.

La verità è che si tratta di un errore grossolano dar la colpa al piede o allo stivale. Molto più semplicemente, nel caso in cui uno non si possa adattare all’altro, è impossibile correre – o anche soltanto camminare.

Non ci sono terroristi in Colombia

Passata la moda delle adozioni da parte di coppie omosessuali e la febbre per l’eliminatoria del Mondiale russo del 2018, il tema del momento nel Paese del caffé sono gli attentati di Parigi.

Inizia così per l’ennesima volta l’escalation di botta e risposta attraverso qualsiasi rete sociale; essendo il secondo giorno, sono cominciate le riflessioni tipo “allora i siriani sono esseri umani di serie B?”. Il peggio è che lunedì è festivo, per cui ci sarà più tempo per intasare la home di Facebook di spazzatura virtuale.

Se da un lato alcuni eventi storici non possono passare inosservati, dall’altro si tende a far leva sull’emozione della gente comune, riempiendo l’ignoranza di opinioni premasticate piuttosto che informando.

Precisiamo: dov’è la Siria, dov’è Parigi?

Non ho voglia nè tempo di scendere per strada a chiedere alla gente; la risposta m’è arrivata in anticipo alcuni giorni fa, quando un gruppo di alunni mi ha presentato, tra i monumenti della capitale francese, la Torre di Pisa.
E non si tratta di un caso isolato, nè peraltro dei peggiori studenti della scuola, anzi.

Sicuramente lascia l’amaro in bocca vedere come una nazione vessata fin dalla nascita da un’infinità di problemi interni si lasci prendere per il naso da un’industria dei mezzi di comunicazione che riesce senza grandi sforzi a distrarre il pubblico dalla sofferenza quotidiana di migliaia -non parliamo di 200- di compaesani e delle loro famiglie.

Saranno quindi i siriani esseri umani di serie B, ed i francesi di serie A?

Non credo sia davvero importante saperlo, vivendo in un Paese in cui ci sono ancora bambini che muoiono per cause legate alla malnutrizione, in cui la guerrilla ed i gruppi paramilitari lottano per il territorio e l’esercito crea falsi positivi facendo passare contadini innocenti per capi di organizzazioni criminali.

In Colombia non ci sono terroristi, magra consolazione: con amigos así, para qué tener enemigos?
Con amici di questo stampo, a che servirebbe avere nemici?

Il Paese delle mode

Indubbiamente, ogni angolo del mondo si caratterizza per usi, costumi, rituali che lo rendono un caso a parte rispetto al resto del globo: spesso si tratta di ereditá ancestrali, o di tradizioni popolari talmente antiche da rappresentare un arduo rompicapo per chi volesse studiarne l’origine.

I fattori che intervengono possono essere molteplici: gli anni passano per tutti, a volte le stesse tradizioni sono legate a culture strettamente orali, o molto piú semplicemente sono state modificate e svuotate del loro significato originale da strutture sociali e/o religiose non sempre capaci o desiderose di mantenerne lo spirito primordiale.

Questo per lo meno nella vecchia Europa.

In regioni relativamente giovani e per questo fino a 600 anni fa vergini di una civilizzazione che tanto civile ed educata non fu mai, il discorso cambia: in assenza di identitá propria, o piú precisamente in presenza di molte identitá eterogenee ed incapaci di fondersi in una sola corrente socioculturale fondata su principi comuni condivisibili dalla maggior parte della popolazione, in un contesto quindi frammentato, giovane e dinamico, regna sovrana la moda passeggera.

Che cos’é, la moda?

Qui mi aiuta -come spesso accade- la Treccani:

b. Fenomeno sociale che consiste nell’affermarsi, in un determinato momento storico e in una data area geografica e culturale, di modelli estetici e comportamentali (nel gusto, nello stile, nelle forme espressive), e nel loro diffondersi via via che ad essi si conformano gruppi, più o meno vasti, per i quali tali modelli costituiscono, al tempo stesso, elemento di coesione interna e di riconoscibilità rispetto ad altri gruppi […]

In contesti come quelli descritti in precedenza, quindi, questo affermarsi di modelli estetici, sociali e culturali é molto meno longevo che in altri, piú antichi, o semplicemente dotati di un’inerzia maggiore.

Bene.

Benvenuti in Colombia.

Circa una settimana fa, il 5 di novembre, una sentenza della Corte Costituzionale ha dato il via libera alle adozioni da parte di coppie omosessuali “non influenzando in sé il bene supremo dei minori d’etá, non compromettendo in maniera negativa la loro salute fisica o mentale, o il loro sviluppo integrale”; “sará dovere dello Stato verificare […] l’idoneitá della famiglia adottante”.

L’argomento in sé o la mia – o la vostra- opinione rispetto ad esso non é importante; giá ne ho ascoltate e lette fin troppe. Questo é semplicemente l’esempio perfetto per raccontare come funziona un fenomento mediatico da queste parti, specie se di tal portata.

Fase 1: Lo scontro fra titani

In questo caso, é molto evidente che due opinion leaders si staranno dividendo il territorio: la lobby evangelica, uno dei poteri politici piú forti in alcune regioni del Paese, e quella LGBT.

Comunicati, contocomunicati, sfilate, campagne pubblicitarie, interviste e cosí via.

Ai tempi della guerra civile tra conservatori e liberari, ci sarebbero giá stati caduti e dispersi -o almeno sequestrati.

Fase 2: L’interesse del cittadino comune, del disinformato, dell’analfabeta funzionale

Si riempiono tutti i possibili social networks di opinioni piú o meno illustri, in questo caso di D&G e altri, rispetto al tema. Qualcuno con molto tempo da perdere e poca voglia di informarsi inizia battaglie tra poveri a colpi di click; altri iniziano a riportare l’esperienza di “mio cugino che é stato abbandonato dal papá ed é stato cresciuto dalla mamma e dalla nonna, ha avuto praticamente due mamme” o gli slogan tipo “meglio due papá che nessun papá”.

Fase 3: La rivolta di chi ne ha abbastanza

A questo punto, in media 4-5 giorni dopo lo scoppio della bomba mediatica, qualcuno giá si innervosisce ed inizia a gettare acqua sul fuoco, a dire: fate come vi pare, ma lasciatemi in pace almeno quei 5 minuti al giorno in cui uso Facebook per mettere “mi piace” alle foto con gattini coccolosi.

I toni si calmano, si placano gli animi.

Fase 4: Il silenzio

Oggi, una settimana dopo la sentenza, il nulla. Anche perché domani gioca la Nazionale, impegnata nel girone d’eliminazione per il Mondiale in Russia 2018, e complice la possibilitá di viaggiare senza bisogno di richiedere visti, a nessuno piú interessa se il vicino ha lasciato la moglie per sposarsi con un amico d’infanzia, nel frattempo rivelatosi trans, ed I due vogliono adottare un figlio siriano.

Prima di tutto, perché la questione siriana é piú vecchia di una settimana fa, e quindi é giá stata rimossa dagli argomenti di conversazione. In seconda battua, perché alla fine della fiera la vicina é tutto sommato giovane e carina, e se domani vinciamo la invito a uscire.

E cucina pure bene.

Nota: la vicina, cosí come il marito e l’amico trans son personaggi inventati e qualsiasi riferimento a persone o fatti realmente esistenti é puramente casuale.

E’ meglio specificarlo casomai lei non dovesse accettare l’invito.

Como niños

A veces, siendo necesario explicar algún concepto a otra persona, uno se pone a pensar en los tiempos, en la forma, en los contenidos.

Claro, obviamente uno podría improvisar; sin embargo, preparar un discurso es muy a menudo indispensable, precisamente para que formas y contenidos se adapten a los tiempos a disposición.

Al momento de elegir el contenido, entonces, uno vuelve a descubrirse totalmente o parcialmente ignorante sobre del tema que supuestamente iba a presentar a su propio público. Así empieza la investigación, que lleva junto la curiosidad.

Y acá llega a la superficie la verdad, es decir, que no somos nada más que niños frente al conocimiento: nos podemos mover perfectamente entre las estrechas barreras representadas por las paredes de la casa, pero como ya nos sacan a pasear al patio, descubrimos que tan poquito sabemos del mundo.

Nos entretenemos toda la vida con la historia y la geografía, con lugares, momentos y personas, leyendo libros de física como si fueran cuentos y estudiando mapas ni que fuera un juego.

Y cuando por fin conocemos perfectamente el patio, ése se vuelve calle, la calle pueblo, el pueblo ciudad… todavía lo que sabemos es nada: nos salva una inmensa, insaciable curiosidad.

La morte di Artemio Cruz

Consapevolmente o meno, ognuno segue schemi e rituali prima, durante o dopo un qualsiasi viaggio, indipendentemente dal fatto che si tratti di una mezz’ora di bus o di 18 ore di volo: non c’è via di scampo.

Questione di abitudini, esigenze o semplici coincidenze, si tratta di azioni che si ripetono sempre nella stessa maniera per decine di volte nell’arco di una vita, ed alle quali molto spesso non si fa nemmeno caso.

In questo momento per esempio sto tornando a Baranoa da Santa Marta, e per non smentirmi la signora seduta alla mia destra fa il segno della croce.

Per quanto mi riguarda, me ne viene in mente soltanto uno: portare con me “La muerte de Artemio Cruz”.

Si tratta di un romanzo di Carlos Fuentes, che fu uno dei massimi esponenti della letteratura messicana. Attraverso la vita e la morte di un grande -e fittizio- imprenditore di inizio ‘900, si ricostruisce la storia della rivoluzione messicana.
Lo comprai in una libreria di Monterrey nel dicembre del 2012, e mi accompagnò in varie avventure tra Bilbao, Parigi, Firenze, Quito e Santa Marta.

In realtà non c’è scaramanzia in tutto ciò, semplicemente non l’ho mai terminato; al contrario, ogni volta lo ricomincio da capo.

È questo il destino del ‘mio’ Artemio Cruz: esser costretto a morire continuamente,  sempre e solo nel titolo.

Almeno fino al prossimo viaggio.

E di nuovo cambio casa

… di nuovo cambiano le cose, cantava Ivano Fossati.

La prima volta che visitai la parte piú profonda – in quanto piú lontana dal mare – del dipartimento Atlántico, era febbraio del 2014. Nelle campagne, infatti, il Carnevale si festeggia forse piú, e certamente meglio, che in cittá: i numeri decisamente piú limitati permettono una migliore gestione della logistica e la bassa presenza di criminalitá comune fa sí che il clima sia molto piú disteso e rilassato.

Circa un anno e mezzo dopo, in una calda mattinata di fine settembre, mi ritrovai a Baranoa per iniziare una nuova avventura come professore d’inglese in un istituto magistrale pubblico. Definire il clima come caldo, tuttavia, non é sufficiente: é un eufemismo che non rende l’idea a riguardo delle temperature che oscillano tutto l’anno e tutti i santi giorni tra i 25 (le ore piú fresche della notte) ed i 38 gradi, con un’umiditá media giornaliera che supera l’85%.

Nonostante questo, grazie ad alcuni accorgimenti come anticipare le lezioni alle 7 del mattino, si puó sopravvivere anche qui. E’ il tipico paesino di campagna, con circa 50.000 abitanti e piú di un quinto in etá compresa tra i 10 e i 18 anni, in cui bene o male tutti si conoscono e una faccia nuova non passa inosservata.

Un venerdí sera, dopo la prima settimana di lezione, mi siedo con un collega nella piazza principale a bere una birra ed iniziano a passare alunni ogni 5 minuti, presentandomi mamme, papá, zii, cugini e  tempestando di domande.

“Teacher, ma lei conosce Gigi Buffon?”

“E quando iniziamo con le lezioni di italiano?”

“Ma la torre Eiffel é vicino a quella di Pisa?”

Tanto distanti non saranno: per gli anziani del paese si trovano entrambe in quel luogo indefinito, distante e senza tempo che é il por allá, il laggiú, quel laggiú che inizia a Barranquilla, si estende a tutti i punti cardinali e finisce chissá dove.