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BioDiverso

Oggi, 10 settembre 2015, inizia la proiezione nei principali cinema del Paese di un documentario senza precedenti, Colombia Magia Salvaje, magia selvaggia.

Impressionanti i numeri proposti dalla produzione fortemente voluta dal gruppo Éxito, una delle maggiorni catene colombiane di supermercati: 90 minuti in cui, attraverso riprese a volo d’uccello, marine e terrestri si esplorano 85 differenti location e 20 ecosistemi, mostrando alcune tra le localitá piú suggestive del Paese del caffé.

Si inizierá un viaggio nella regione amazzonica, passando per la Sierra Nevada, l’isola di Providencia, il Chocó e molti altri luoghi affascinanti, per seguire le orme delle loro specie piú caratteristiche e peculiari, come la danta, l’hoazín, il giaguaro, il bradipo, il tucano.

Un lavoro degno di nota che sicuramente vale la pena d’esser visto e apprezzato tanto in patria quanto all’estero, senza scordare che si tratta di un Paese biodiverso in senso lato: di un Paese, cioé, in cui la differenza tra la vita di un cittadino e l’altro é ancora molto spesso abissale.

Ma su questo aspetto il gruppo Éxito non ha in programma alcun documentario.

Quei film che chi me l’ha fatto fare – Noi credevamo

Uno passa il tempo a leggere recensioni, informarsi, chiedere pareri.

Uno spende qualche ora per scegliere accuratamente i film da vedere, per non spenderne molte di più guardando pellicole che non valgono un soldo bucato.

Poi capita che le recensioni ti tradiscano.

Ed è stato tutto inutile.

Il colpevole, in questo caso, è un film di Mario Martone del 2010, Noi credevamo.

Attraverso i vari capitoli, le vicende di tre ragazzi del Cilento si mescolano con i grandi avvenimenti  e protagonisti del Risorgimento italiano e tutto finisce in un gran calderone: Parigi, Londra, Torino, repubblicani, monarchici, Tony Servillo che pare una caricatura di Mazzini, il commissario Montalbano nei panni di Francesco Crispi, Garibaldi, i bersaglieri, dialetti vari, il soldato piemontese cattivo ed il nobile cuore del brigante, lo spietato esercito borbonico, i piani di insurrezione.

 

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“Galluzzo, ma che ci assomigghiu a Ciccio Crispi?”

 

 

Dimenticavo: qualche sparo, un paio di teste mozzate, camicie rosse, canti di guerra eccetera eccetera.

Cerchi e botti che ricevono colpi in parti uguali.

C’è addirittura spazio per Luca Barbareschi e per una costruzione in cemento armato che viene magicamente catapultata sull’Aspromonte nel 1862.

I miracoli del Risorgimento.

La confusione regna sovrana, e se da un lato è la stessa situazione storica a giustificarlo, dall’altro il copione crolla clamorosamente: in tre ore in cui tutti i personaggi cambiano opinione almeno  due volte ciascuno, non è per nulla chiaro quello che dovrebbe essere il cardine.

Ovvero chi credeva cosa, perchè, e fino a quando.

Tentando di descrivere una pluralità di fatti e punti di vista per i quali non sarebbe bastata una trilogia, si finisce unicamente per strizzare l’occhio al libro di storia del liceo.

Insomma, un film che non è: non è didattico, non intrattiene, e anche quando prova a denunciare la politica italiana di oggi, lo fa timidamente, quasi per paura che qualcuno possa offendersi.

Un rischio che non puoi correre se hai un buget di 7 milioni di euro, sai che ne incasserai -nella migliore delle ipotesi- un quinto e ti sta finanziando il Comitato per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, presieduto da Giuliano Amato.

“Ma quindi questo film l’abbiamo pagato tutti?”

Esatto.

“Ma è davvero così brutto?”

Assolutamente sì.

 

 

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Mazzini prima di vincere l’Oscar

 

 

La colpa però non è tutta del regista e di De Cataldo, entrambe sceneggiatori.
No signore.

La colpa è anche di chi ha avuto il coraggio di premiarli con un David di Donatello.

Ed in ultima analisi, mia.

Così, quando nell’ultima, commovente -per me, perchè finalmente stava per terminare la tortura- scena il protagonista pronuncia un nostalgico:

“Noi credevamo”

 

mi viene di riflesso da dargli ragione.

Anch’io credevo.

Ed invece no.