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Vivere e morire nel deserto

La Guajira è il dipartimento più settentrionale della Colombia; confina ad ovest con il Magdalena, a sud con il Cesar e ad est con il dipartimento del Zulia, Venezuela. Formando una penisola, al nord c’è solamente il mare.

I forti venti la rendono una terra arida, i cui paesaggi desertici ricordano alcune regioni africane: distanze immense tra un villaggio e l’altro, arbusti bassi, catene montuose all’orizzonte. Di tanto in tanto un pozzo, un settore meno secco e più verde, una comunità di pescatori.

Questo aspro territorio di confine è popolato dagli indigeni wayuu, la comunità di nativi più grande del Paese, che in realtá abita tanto la parte colombiana quanto quella venezuelana della frontiera.

A causa delle recenti tensioni tra le due nazioni, viveri e benzina hanno iniziato ad arrivare ad intermittenza, rendendo -se possibile- ancora più difficile la vita di un popolo che vive di pesca, pastorizia e vendita sul mercato parallelo di beni di largo consumo provenienti dal Venezuela.
Le malelingue diranno contrabbando: occorre però ricordare che prima dell’arrivo dei conquistadores – alijonas in lingua wayuu, ovvero “coloro che colpiscono forte” per via delle armi da fuoco -, non esisteva alcuna frontiera.

Tralasciamo per un attimo la cultura wayuu, gli appunti di viaggio ed i dettagli storici ed etnografici per focalizzare l’attenzione su un particolare molto più importante.

Negli ultimi 8 anni, a causa delle condizioni geografiche e climatiche proibitive, circa 300 bambini sono morti per cause riconducibili alla malnutrizione.

Lo sapevate?

Scommetto di no.

Quasi non ne parlano i media nazionali, impegnati in questi giorni a documentare l’esodo delle famiglie colombiane vicino al confine, a Cúcuta, cacciate a pedate da Maduro.

Non ne parleranno i media internazionali, impegnati ad indignarsi per la morte del piccolo Aylan, o per il fatto di aver scattato una foto ad un cadavere, o per entrambe le cose.

Apro e chiudo una parentesi: se a qualcuno tocca la sorte di morire per esempio a Santa Marta in un luogo pubblico,  il giorno successivo la foto apparirà su tutti i giornali locali. Con o senza sangue, fratture scomposte, ferite da arma da fuoco e tutto il pacchetto completo.

Ma i bambini della Guajira, che nessuno ha immortalato al momento del decesso, non sono mai morti, colpevoli di non essere nati in una zona di forte impatto mediatico e di esser passati a miglior vita in silenzio, nella terra dei loro padri, dimenticata dalla pioggia e dai reporter di fama internazionale.

Probabilmente è meglio così: l’orgoglio wayuu non saprebbe che farsene dell’indignazione a tempo determinato del mondo occidentale.