Como niños

A veces, siendo necesario explicar algún concepto a otra persona, uno se pone a pensar en los tiempos, en la forma, en los contenidos.

Claro, obviamente uno podría improvisar; sin embargo, preparar un discurso es muy a menudo indispensable, precisamente para que formas y contenidos se adapten a los tiempos a disposición.

Al momento de elegir el contenido, entonces, uno vuelve a descubrirse totalmente o parcialmente ignorante sobre del tema que supuestamente iba a presentar a su propio público. Así empieza la investigación, que lleva junto la curiosidad.

Y acá llega a la superficie la verdad, es decir, que no somos nada más que niños frente al conocimiento: nos podemos mover perfectamente entre las estrechas barreras representadas por las paredes de la casa, pero como ya nos sacan a pasear al patio, descubrimos que tan poquito sabemos del mundo.

Nos entretenemos toda la vida con la historia y la geografía, con lugares, momentos y personas, leyendo libros de física como si fueran cuentos y estudiando mapas ni que fuera un juego.

Y cuando por fin conocemos perfectamente el patio, ése se vuelve calle, la calle pueblo, el pueblo ciudad… todavía lo que sabemos es nada: nos salva una inmensa, insaciable curiosidad.

La morte di Artemio Cruz

Consapevolmente o meno, ognuno segue schemi e rituali prima, durante o dopo un qualsiasi viaggio, indipendentemente dal fatto che si tratti di una mezz’ora di bus o di 18 ore di volo: non c’è via di scampo.

Questione di abitudini, esigenze o semplici coincidenze, si tratta di azioni che si ripetono sempre nella stessa maniera per decine di volte nell’arco di una vita, ed alle quali molto spesso non si fa nemmeno caso.

In questo momento per esempio sto tornando a Baranoa da Santa Marta, e per non smentirmi la signora seduta alla mia destra fa il segno della croce.

Per quanto mi riguarda, me ne viene in mente soltanto uno: portare con me “La muerte de Artemio Cruz”.

Si tratta di un romanzo di Carlos Fuentes, che fu uno dei massimi esponenti della letteratura messicana. Attraverso la vita e la morte di un grande -e fittizio- imprenditore di inizio ‘900, si ricostruisce la storia della rivoluzione messicana.
Lo comprai in una libreria di Monterrey nel dicembre del 2012, e mi accompagnò in varie avventure tra Bilbao, Parigi, Firenze, Quito e Santa Marta.

In realtà non c’è scaramanzia in tutto ciò, semplicemente non l’ho mai terminato; al contrario, ogni volta lo ricomincio da capo.

È questo il destino del ‘mio’ Artemio Cruz: esser costretto a morire continuamente,  sempre e solo nel titolo.

Almeno fino al prossimo viaggio.

E di nuovo cambio casa

… di nuovo cambiano le cose, cantava Ivano Fossati.

La prima volta che visitai la parte piú profonda – in quanto piú lontana dal mare – del dipartimento Atlántico, era febbraio del 2014. Nelle campagne, infatti, il Carnevale si festeggia forse piú, e certamente meglio, che in cittá: i numeri decisamente piú limitati permettono una migliore gestione della logistica e la bassa presenza di criminalitá comune fa sí che il clima sia molto piú disteso e rilassato.

Circa un anno e mezzo dopo, in una calda mattinata di fine settembre, mi ritrovai a Baranoa per iniziare una nuova avventura come professore d’inglese in un istituto magistrale pubblico. Definire il clima come caldo, tuttavia, non é sufficiente: é un eufemismo che non rende l’idea a riguardo delle temperature che oscillano tutto l’anno e tutti i santi giorni tra i 25 (le ore piú fresche della notte) ed i 38 gradi, con un’umiditá media giornaliera che supera l’85%.

Nonostante questo, grazie ad alcuni accorgimenti come anticipare le lezioni alle 7 del mattino, si puó sopravvivere anche qui. E’ il tipico paesino di campagna, con circa 50.000 abitanti e piú di un quinto in etá compresa tra i 10 e i 18 anni, in cui bene o male tutti si conoscono e una faccia nuova non passa inosservata.

Un venerdí sera, dopo la prima settimana di lezione, mi siedo con un collega nella piazza principale a bere una birra ed iniziano a passare alunni ogni 5 minuti, presentandomi mamme, papá, zii, cugini e  tempestando di domande.

“Teacher, ma lei conosce Gigi Buffon?”

“E quando iniziamo con le lezioni di italiano?”

“Ma la torre Eiffel é vicino a quella di Pisa?”

Tanto distanti non saranno: per gli anziani del paese si trovano entrambe in quel luogo indefinito, distante e senza tempo che é il por allá, il laggiú, quel laggiú che inizia a Barranquilla, si estende a tutti i punti cardinali e finisce chissá dove.

Piove sempre sul bagnato

Nel pomeriggio di oggi, il Presidente Juan Manuel Santos ha chiesto al governo dell’Ecuador di avviare un dialogo costruttivo per arginare i problemi insorti nel dipartimento di Nariño, nel sud del Paese.

Come se non bastasse la crisi venezuelana, infatti, la svalutazione del peso colombiano rispetto al dollaro USA -che l’Ecuador ha adottato come moneta ufficiale alcuni anni fa- ha generato conseguenze economiche inattese nelle zone di confine, tanto da portare il Presidente Rafael Correa ad invitare i cittadini ecuadoriani a non comprare elettrodomestici e beni di consumo in Colombia prima (1 settembre), e ad imporre pesanti dazi poi (10 settembre).

Impossibile adottare altri sistemi, non potendo svalutare autonomamente la moneta dello zio Sam.

“In questo momento”, sottolinea Santos,”si sta presentando un problema simile a quello con il Venezuela. In quel caso, a causa del tasso di cambio, i prodotti sono piú economici che in Colombia. In Ecuador é esattamente l’opposto”. Il Presidente ha poi incaricato la cancelliera María Ángela Holguín di riunirsi nella giornata di domani con il Governo ecuadoriano per valutare una possibile soluzione al problema.

Il viaggio in ogni caso era giá stato programmato: in agenda, l’incontro a Quito con la cancelliera venezuelana Delcy Rodríguez per fissare un colloquio tra Santos e Maduro.

Un colloquio con il forte retrogusto di match di boxe.

BioDiverso

Oggi, 10 settembre 2015, inizia la proiezione nei principali cinema del Paese di un documentario senza precedenti, Colombia Magia Salvaje, magia selvaggia.

Impressionanti i numeri proposti dalla produzione fortemente voluta dal gruppo Éxito, una delle maggiorni catene colombiane di supermercati: 90 minuti in cui, attraverso riprese a volo d’uccello, marine e terrestri si esplorano 85 differenti location e 20 ecosistemi, mostrando alcune tra le localitá piú suggestive del Paese del caffé.

Si inizierá un viaggio nella regione amazzonica, passando per la Sierra Nevada, l’isola di Providencia, il Chocó e molti altri luoghi affascinanti, per seguire le orme delle loro specie piú caratteristiche e peculiari, come la danta, l’hoazín, il giaguaro, il bradipo, il tucano.

Un lavoro degno di nota che sicuramente vale la pena d’esser visto e apprezzato tanto in patria quanto all’estero, senza scordare che si tratta di un Paese biodiverso in senso lato: di un Paese, cioé, in cui la differenza tra la vita di un cittadino e l’altro é ancora molto spesso abissale.

Ma su questo aspetto il gruppo Éxito non ha in programma alcun documentario.

Ma qui non é Medio Oriente

Un esodo di 16.000 abitanti in due settimane: 1.300 deportati con accuse varie e circa 15.000 persone che hanno deciso di abbandonare volontariamente la propria casa, temendo ritorsioni e maltrattamenti da parte della Guardia Nazionale.

Questi i dati rilasciati dalle Nazioni Unite sull’ultima crisi di confine tra Colombia e Venezuela, che ha portato, nella giornata di ieri, ad una riunione straordinaria con i Ministri degli Esteri di Brasile e Argentina a Bogotá per tentare di avviare un dialogo costruttivo tra i due Paesi.

Secondo fonti ufficiali, 5.6 milioni di colombiani vivono regolarmente in Venezuela, ed a causa della linea dura portata avanti dal Presidente Maduro, molti si sono visti costretti ad abbandonare ció che han conquistato in anni di duro lavoro: alcuni, non rassegnati al triste destino, hanno attraversato il fiume Táchira nei pressi di Cúcuta caricando sulle spalle pesanti lavatrici, frigoriferi, armadi e tutto quello che hanno potuto salvare.

Nel frattempo, i rifugiati -che molto spesso hanno perso qualsiasi tipo di contatto con i parenti in patria colombiana- sono ospitati in accampamenti improvvisati ed altre sistemazioni provvisorie, in attesa di una soluzione alla crisi diplomatica.

Mentre il Presidente Juan Manuel Santos esige rispetto per i protocolli migratori e la riapertura delle frontiere per scopi umanitari, da parte venezuelana non si vede nessun segnale di apertura. Oltre al danno, la beffa: agli studenti venezuelani che studiano in Colombia é stato permesso di tornare a casa per il fine settimana senza alcun tipo di problema.

Nel frattempo, in Venezuela si avvicina la ora delle elezioni politiche, e l’opposizione accusa il Governo di star cercando un capro espiatorio per sviare l’attenzione rispetto alla situazione economica disastrosa in cui versa il Paese. Dal canto suo, l’ex Presidente colombiano Alvaro Uribe Velez, strumentalizzando la crisi, si unisce ai movimenti di protesta: in Colombia é tempo di elezioni amministrative, e qualsiasi voto é benvenuto.

Ma qui non siamo in Oriente, né Medio né intero: non ci sono elementi di folklore come la religione islamica, la lingua incomprensibile ai piú, i cammelli.

Si é praticamente tutti cristiani, alcuni cattolici e altri meno.

Si parla la stessa lingua, anche se é un dialogo tra sordi.

Nel migliore dei casi, si possono fotografare serpenti, capibara ed altri animali non eccessivamente esotici.

Ed il fatto di avere un oceano nel mezzo contribuisce a renderla una tematica di scarso interesse per il pubblico europeo.

Una terra dimenticata ancora una volta: giustamente canta Carlos Vives, benvenuti alla Tierra del Olvido, la terra dell’oblio.

Vivere e morire nel deserto

La Guajira è il dipartimento più settentrionale della Colombia; confina ad ovest con il Magdalena, a sud con il Cesar e ad est con il dipartimento del Zulia, Venezuela. Formando una penisola, al nord c’è solamente il mare.

I forti venti la rendono una terra arida, i cui paesaggi desertici ricordano alcune regioni africane: distanze immense tra un villaggio e l’altro, arbusti bassi, catene montuose all’orizzonte. Di tanto in tanto un pozzo, un settore meno secco e più verde, una comunità di pescatori.

Questo aspro territorio di confine è popolato dagli indigeni wayuu, la comunità di nativi più grande del Paese, che in realtá abita tanto la parte colombiana quanto quella venezuelana della frontiera.

A causa delle recenti tensioni tra le due nazioni, viveri e benzina hanno iniziato ad arrivare ad intermittenza, rendendo -se possibile- ancora più difficile la vita di un popolo che vive di pesca, pastorizia e vendita sul mercato parallelo di beni di largo consumo provenienti dal Venezuela.
Le malelingue diranno contrabbando: occorre però ricordare che prima dell’arrivo dei conquistadores – alijonas in lingua wayuu, ovvero “coloro che colpiscono forte” per via delle armi da fuoco -, non esisteva alcuna frontiera.

Tralasciamo per un attimo la cultura wayuu, gli appunti di viaggio ed i dettagli storici ed etnografici per focalizzare l’attenzione su un particolare molto più importante.

Negli ultimi 8 anni, a causa delle condizioni geografiche e climatiche proibitive, circa 300 bambini sono morti per cause riconducibili alla malnutrizione.

Lo sapevate?

Scommetto di no.

Quasi non ne parlano i media nazionali, impegnati in questi giorni a documentare l’esodo delle famiglie colombiane vicino al confine, a Cúcuta, cacciate a pedate da Maduro.

Non ne parleranno i media internazionali, impegnati ad indignarsi per la morte del piccolo Aylan, o per il fatto di aver scattato una foto ad un cadavere, o per entrambe le cose.

Apro e chiudo una parentesi: se a qualcuno tocca la sorte di morire per esempio a Santa Marta in un luogo pubblico,  il giorno successivo la foto apparirà su tutti i giornali locali. Con o senza sangue, fratture scomposte, ferite da arma da fuoco e tutto il pacchetto completo.

Ma i bambini della Guajira, che nessuno ha immortalato al momento del decesso, non sono mai morti, colpevoli di non essere nati in una zona di forte impatto mediatico e di esser passati a miglior vita in silenzio, nella terra dei loro padri, dimenticata dalla pioggia e dai reporter di fama internazionale.

Probabilmente è meglio così: l’orgoglio wayuu non saprebbe che farsene dell’indignazione a tempo determinato del mondo occidentale.

Elezioni

La foschia che sale dal fiume Magdalena confonde i contorni dei palazzi di Barranquilla che, illuminati dal sole declinante, svettano sui capannoni del porto fluviale, mentre la macchia verde e ondeggiante della bananera incornicia la riva sinistra.

Tra le due sponde, il ponte Pumarejo, un ponte grigio e stanco di circa duemila metri di lunghezza che verrá presto sostituito da uno nuovo, con due carreggiate di tre corsie ciascuna piú pista ciclabile. Prima e dopo il ponte, una sola corsia per senso di marcia.

Lá al fondo, apparentemente calmo e tranquillo, quello stesso mar Caribe che a pochi kilometri di distanza, sulla strada per Ciénaga, si sta portando via la spiaggia e sconfina di tanto in tanto lasciando tracce di sale sull’asfalto.

L’acqua del Magdalena non é trasparente: probabilmente non lo é mai stata. Nasce fangosa, fangosa attraversa il paese e sempre piú fangosa si perde nel mare. Sembra lo faccia apposta, a mantenere quel colore marron chiaro e compatto: cosí non dovrá riflettere le grandi pubblicitá elettorali che sovraffollano – e spesso rovinano- il paesaggio.

Le elezioni, subito dopo il mercato pubblico tra le 5 e le 10 di mattina, sono il principale momento di scambio economico e negoziazione nella zona costiera del paese. Si compra, si vende, si decide il prezzo di un voto. Le code fuori dall’ufficio anagrafe sono kilometriche: oggi é l’ultimo giorno per farsi inscrivere ai seggi di Santa Marta e poter votare per il nuovo sindaco.

I candidati di turno fanno a gara per farsi fotografare nei quartieri piú poveri, comprano la limonata dal vecchietto che da 50 anni si ferma sempre nello stesso punto, in un angolo del Parque de los Novios. Mezz’ora piú tardi, lo faranno sloggiare a forza per non essere in possesso dei permessi per l’occupazione del suolo pubblico.

Ma che importa? La foto per la stampa é giá stata scattata.

Non é un evento pacifico: é una guerra tra poveri, poveri che si scannano a colpi di slogan, e se alzano il gomito a colpi di machete. La guerra civile tra conservatori e liberali ben descritta da Cien años de soledad non é poi cosí retró.

Per queste ragioni, per esempio, durante le elezioni non si possono vendere alcolici e non si puó utilizzare la moto*.

Nessuna violenza é peró piú forte di quella visiva: l’eccesivo uso di cartelloni giganteschi con facce sorridenti per cosí dire gluteiformi (bipartisan) invade gli spazi e toglie l’ossigeno, e l’overdose di buonismo e banalitá dei motti di questo o quel candidato fa alzare la glicemia nel sangue a prima vista.

“I buoni sono di piú”

“Un’altra cittá é possibile”

“Il cambiamento siamo tutti, insieme”

“L’unione fa la forza”

“Sulla pasta col tonno non si mette il formaggio” sarebbe piú appropriato, visto che qualche bruto continua a violare una delle poche leggi del diritto romano che ancora non é universalmente nota.

Non andró a votare, ma se dovessi decidere di farlo, lo farei como Giorgio Gaber:

e guardo ancora la matita
così perfetta è temperata…

io quasi quasi me la porto via.
Democrazia!

Un cuento chino

É martedí 21 luglio.

Circa 30 gradi a Parigi, é un’altro giorno d’estate nella capitale. L’aeroporto Charles de Gaulle é testimone di una delle mille chiamate via Skype che intasano il wi-fi pubblico: si tratta di quello che sará l’ultimo contatto di Juliana López, ventiduenne modella e calciatrice dilettante di Medellin, con la sua famiglia.

Juliana López, modella e calciatrice dilettante. Fonte: El Tiempo

Stava viaggiando verso la Cina, alcuni parenti erano convinti che fosse a Panamá, per un viaggio di affari. Il tipico spirito della gente di Antioquia, commercianti veri: comprare a prezzo stracciato e rivendere in Colombia accessori e abbigliamento cinese ricavando almeno il 500%.

Passa una settimana, ed il 28 di luglio scoppia una vera e propria bomba mediatica: la piccola e dolce Juliana é stata arrestata per possesso di sostanze psicoattive rinvenute all’interno di un pc portatile.

Di chi é il pc? Secondo Juliana, non le appartiene. Secondo la famiglia, nemmeno. Una compagna di spogliatoio – non fraintendete, non una modella: una calciatrice – dice che la pasta di coca non ha niente a che vedere con l’amica.

Un momento, chi ha parlato di pasta di coca? In nessun comunicato cinese si rende noto il tipo di sostanza.

Mistero.

Il rischio, nel frattempo, é l’ergastolo o la pena di morte. La famiglia di Juliana inizia una raccolta fondi, si mobilita mezzo Paese per salvare la modella; fosse stata bruttina, nessuno ne avrebbe parlato: siccome stava per partecipare a Miss Universo, é diventato un caso nazionale.

Una zia si chiede perché, se davvero il contenuto del pc in possesso della nipote é quello che é, non l’hanno fermata a Parigi. Come spiegarle che il portatile si trovava nel bagaglio registrato, che non viene ispezionato in nessuno scalo?

Scoppia un’altra bomba: sempre in Cina, a poche ore di distanza, era stato arrestato per narcotraffico il fidanzato, diventato ex quasi istantaneamente. Si saranno lasciati via Twitter, o piú probabilmente telepaticamente, perché nessuno lo sapeva.

Curioso che si trovassero insieme nel primo viaggio in Cina, servito per trovare contatti commerciali, secondo la versione della famiglia.

Una serie di circostanze poco chiare, racconti a cui manca sempre qualche dettaglio, e dettagli a cui manca sempre qualche racconto.

Nel linguaggio comune “un cuento chino“, un racconto cinese: una storia al limite dell’incredibile.

Quando scioperano i bus

E’ relativamente tardi, il cellulare fa le 6:15 e nessun autobus é riuscito ad infastidirmi prima che suonasse la sveglia.

Strano.

Mi alzo e mi metto ad osservare dalla finestra per capire che sta succedendo: calma piatta. Taxi, qualche camion ed un numero imprecisato di moto sfrecciano di tanto in tanto sotto casa, direzione centro.

Ancora piú strano.

Stai a vedere che c’é sciopero dei mezzi pubblici.

Occorre aprire una parentesi: l’economia della maggior parte delle famiglie di Santa Marta dipende dal fatto che i mezzi pubblici sono frequenti e poco costosi, essendo l’auto un bene di lusso e la moto un’opzione difficile da sfruttare al cento per cento.

Un paio di dati: sono frequenti i giorni in cui non é possibile utilizzare alcun tipo di ciclomotore -come per esempio quando gioca la nazionale-, gli uomini non possono prendere un mototaxi per decreto comunale e la tariffa di un taxi a paritá di percorso é tra le 4 e le 8 volte piú cara di quella di un bus. Stiamo parlando di $5.000 COP, $6.000 COP fino a $12.000 COP contro $1.400 COP. Restano quindi mezzi pubblici o bicicletta, quest’ultima comunque sconsigliabile nelle ore piú calde ed in quelle di maggior traffico.

Poco male, oggi mi toccherá andare in taxi, anche se ormai mi ero abituato ai tipici personaggi dell’autobus, come:

  • il conducente che fa le gare con altri conducenti, cambia percorso senza avvisare, decide l’itinerario dipendendo dal traffico e scatena un tornado di clacson da parte di chi sfortunatamente si trova a dividere la strada con questo signore;
  • il cobrador (quello che fa pagare, per intenderci) che fa il simpatico e si burla dei passanti che non salgono sul mezzo in cui sta lavorando. Carlos Bacca, prima di vincere due Europa League di fila, faceva questo lavoro;
  • il venditore ambulante che inizia molto bene il discorso (“non voglio infastidire né disturbare”)… e finisce per rovinare tutto insistendo eccessivamente, mettendo nelle mani di tutti i passeggeri qualsiasi prodotto confezionato singolarmente, commestibile o no, e distribuendo 3 confezioni cada uno (“uno en 200 pesos, por mayor economía 500 los tres”);
  • il profugo che chiede aiuto accompagnato da 7-8 bimbetti e dicendo che é “arrivato 3 giorni fa dal Venezuela e non so dove passare la notte”. Probabilmente la passerá sempre alla stessa fermata, per poter ricomparire dopo un paio di giorni, sempre con 7-8 ragazzotti e sempre ripetendo la stessa storia;
  • la signora che prova ad instaurare un discorso qualsiasi con il primo che le capita (“Ma guardi quel bambino, ha giá i capelli bianchi!” “Prima di arrivare in ufficio ce li avró pure io se il bus continua con questa velocitá”).

Per oggi mi mancheranno, domani vedremo.

Controcorrente per errore. A volte per sbaglio