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Si fa presto a dire pace

Il processo di pace de La Habana tra lo Stato colombiano e la FARC compie 3 anni, ed ha ormai bisogno di generare risultati concreti.

In un’intervista di questa mattina alla BBC, il Presidente Juan Manuel Santos ha ribadito l’impegno a sottomettere a referendum il risultato degli accordi, e a rinunciare all’implementazione degli stessi nel caso in cui la popolazione decidesse di votare con un deciso NO.

Quindi, successivamente alla finalizzazione del processo, probabilmente tra aprile e maggio, si dará luogo ad una votazione popolare che, a prescindere dal risultato, scriverá una pagina importante della storia del Paese.

Il giornalista, stupito, gli chiede se in tal caso si farebbe semplicemente da parte, ed il Presidente risponde sicuro: “Sí, perché questo é ció per cui mi sono impegnato dall’inizio (dell’ultima campagna elettorale, nd)”.

Non potrebbe che essere cosí. Se il compromesso definitivo non dovesse assumere le sembianze del ricatto, e la maggior parte dei colombiani dovesse votare a favore del processo di pace, sarebbe una svolta storica che getterebbe le basi per una crescita decisa e duratura di quella che sarebbe una delle maggiori potenze economiche del continente.

Il condizionale é d’obbligo, considerando che tra il sí ed il no trova spazio una serie di sfumature dai contorni incerti, di “ní” che si possono definire tranquillamente “alla colombiana”: soluzioni parziali e di facciata, benefici limitati ai soliti noti, corruzione arrembante a chiudere occhi e coscienze.

A conti fatti, una grande prova di maturitá che valuterá la coesione e la capacitá di sacrificare tragedie personali, rancori ed interessi individuali in nome del bene comune.

Si deciderá se rimanere Stato, o diventar Nazione.

Uno stivale che va stretto

Un giorno, un caro amico mi disse: “Le vittime non sono mai in silenzio stampa”.

Lì per lì non capii esattamente di che stesse parlando: la vittima, per definizione, non ha possibilità di espressione nè diritto di replica. Eppure, più passa il tempo e più mi accorgo di quanta ragione avesse.

Se da un lato, infatti, i protagonisti di una qualsiasi tragedia X  passano a miglior vita, dall’altro si scoprono datori di lavoro di decine e decine di portavoce più o meno autorizzati che iniziano a spiegare, a opinare, a supporre e a trarre conclusioni di qualsiasi tipo.

È inevitabile, per esempio, che il caso della ventottenne Valeria Solesin, da quattro anni residente a Parigi, porti anche a riflessioni a riguardo dei giovani italiani all’estero. La fuga dei cervelli, le difficoltà di adattamento a contesti sociali differenti dettata dalla necessità di crescita professionale e dalla mancanza di opportunità in Patria e altro ciarpame simile riempie le pagine dei giornali -e le balle di chi all’estero ci vive.

Tutto ciò basato su un solo dogma: quello che tutti gli italiani abbiano l’irrefrenabile desiderio di nascere, vivere, studiare, lavorare e morire in Italia.

Care italiane, cari italiani: non dimenticate la storia di un Paese di santi, poeti e navigatori. Santi che non furono missionari solamente per obbedienza, poeti che non vissero lontano dai confini nazionali unicamente quando esiliati, e navigatori che non passarono la vita a navigare a vista le coste dello Stivale.

Stivale e piede, nulla più. I partigiani del piede tendono a dar la colpa allo stivale e quelli dello stivale, al piede: un dialogo tra sordi in cui i cervelli sono in fuga, quindi chi rimane è meno furbo o capace degli altri; o in cui chi resta dimostra un amor di Patria più grande di chi se ne va.

La verità è che si tratta di un errore grossolano dar la colpa al piede o allo stivale. Molto più semplicemente, nel caso in cui uno non si possa adattare all’altro, è impossibile correre – o anche soltanto camminare.

Non ci sono terroristi in Colombia

Passata la moda delle adozioni da parte di coppie omosessuali e la febbre per l’eliminatoria del Mondiale russo del 2018, il tema del momento nel Paese del caffé sono gli attentati di Parigi.

Inizia così per l’ennesima volta l’escalation di botta e risposta attraverso qualsiasi rete sociale; essendo il secondo giorno, sono cominciate le riflessioni tipo “allora i siriani sono esseri umani di serie B?”. Il peggio è che lunedì è festivo, per cui ci sarà più tempo per intasare la home di Facebook di spazzatura virtuale.

Se da un lato alcuni eventi storici non possono passare inosservati, dall’altro si tende a far leva sull’emozione della gente comune, riempiendo l’ignoranza di opinioni premasticate piuttosto che informando.

Precisiamo: dov’è la Siria, dov’è Parigi?

Non ho voglia nè tempo di scendere per strada a chiedere alla gente; la risposta m’è arrivata in anticipo alcuni giorni fa, quando un gruppo di alunni mi ha presentato, tra i monumenti della capitale francese, la Torre di Pisa.
E non si tratta di un caso isolato, nè peraltro dei peggiori studenti della scuola, anzi.

Sicuramente lascia l’amaro in bocca vedere come una nazione vessata fin dalla nascita da un’infinità di problemi interni si lasci prendere per il naso da un’industria dei mezzi di comunicazione che riesce senza grandi sforzi a distrarre il pubblico dalla sofferenza quotidiana di migliaia -non parliamo di 200- di compaesani e delle loro famiglie.

Saranno quindi i siriani esseri umani di serie B, ed i francesi di serie A?

Non credo sia davvero importante saperlo, vivendo in un Paese in cui ci sono ancora bambini che muoiono per cause legate alla malnutrizione, in cui la guerrilla ed i gruppi paramilitari lottano per il territorio e l’esercito crea falsi positivi facendo passare contadini innocenti per capi di organizzazioni criminali.

In Colombia non ci sono terroristi, magra consolazione: con amigos así, para qué tener enemigos?
Con amici di questo stampo, a che servirebbe avere nemici?

Il Paese delle mode

Indubbiamente, ogni angolo del mondo si caratterizza per usi, costumi, rituali che lo rendono un caso a parte rispetto al resto del globo: spesso si tratta di ereditá ancestrali, o di tradizioni popolari talmente antiche da rappresentare un arduo rompicapo per chi volesse studiarne l’origine.

I fattori che intervengono possono essere molteplici: gli anni passano per tutti, a volte le stesse tradizioni sono legate a culture strettamente orali, o molto piú semplicemente sono state modificate e svuotate del loro significato originale da strutture sociali e/o religiose non sempre capaci o desiderose di mantenerne lo spirito primordiale.

Questo per lo meno nella vecchia Europa.

In regioni relativamente giovani e per questo fino a 600 anni fa vergini di una civilizzazione che tanto civile ed educata non fu mai, il discorso cambia: in assenza di identitá propria, o piú precisamente in presenza di molte identitá eterogenee ed incapaci di fondersi in una sola corrente socioculturale fondata su principi comuni condivisibili dalla maggior parte della popolazione, in un contesto quindi frammentato, giovane e dinamico, regna sovrana la moda passeggera.

Che cos’é, la moda?

Qui mi aiuta -come spesso accade- la Treccani:

b. Fenomeno sociale che consiste nell’affermarsi, in un determinato momento storico e in una data area geografica e culturale, di modelli estetici e comportamentali (nel gusto, nello stile, nelle forme espressive), e nel loro diffondersi via via che ad essi si conformano gruppi, più o meno vasti, per i quali tali modelli costituiscono, al tempo stesso, elemento di coesione interna e di riconoscibilità rispetto ad altri gruppi […]

In contesti come quelli descritti in precedenza, quindi, questo affermarsi di modelli estetici, sociali e culturali é molto meno longevo che in altri, piú antichi, o semplicemente dotati di un’inerzia maggiore.

Bene.

Benvenuti in Colombia.

Circa una settimana fa, il 5 di novembre, una sentenza della Corte Costituzionale ha dato il via libera alle adozioni da parte di coppie omosessuali “non influenzando in sé il bene supremo dei minori d’etá, non compromettendo in maniera negativa la loro salute fisica o mentale, o il loro sviluppo integrale”; “sará dovere dello Stato verificare […] l’idoneitá della famiglia adottante”.

L’argomento in sé o la mia – o la vostra- opinione rispetto ad esso non é importante; giá ne ho ascoltate e lette fin troppe. Questo é semplicemente l’esempio perfetto per raccontare come funziona un fenomento mediatico da queste parti, specie se di tal portata.

Fase 1: Lo scontro fra titani

In questo caso, é molto evidente che due opinion leaders si staranno dividendo il territorio: la lobby evangelica, uno dei poteri politici piú forti in alcune regioni del Paese, e quella LGBT.

Comunicati, contocomunicati, sfilate, campagne pubblicitarie, interviste e cosí via.

Ai tempi della guerra civile tra conservatori e liberari, ci sarebbero giá stati caduti e dispersi -o almeno sequestrati.

Fase 2: L’interesse del cittadino comune, del disinformato, dell’analfabeta funzionale

Si riempiono tutti i possibili social networks di opinioni piú o meno illustri, in questo caso di D&G e altri, rispetto al tema. Qualcuno con molto tempo da perdere e poca voglia di informarsi inizia battaglie tra poveri a colpi di click; altri iniziano a riportare l’esperienza di “mio cugino che é stato abbandonato dal papá ed é stato cresciuto dalla mamma e dalla nonna, ha avuto praticamente due mamme” o gli slogan tipo “meglio due papá che nessun papá”.

Fase 3: La rivolta di chi ne ha abbastanza

A questo punto, in media 4-5 giorni dopo lo scoppio della bomba mediatica, qualcuno giá si innervosisce ed inizia a gettare acqua sul fuoco, a dire: fate come vi pare, ma lasciatemi in pace almeno quei 5 minuti al giorno in cui uso Facebook per mettere “mi piace” alle foto con gattini coccolosi.

I toni si calmano, si placano gli animi.

Fase 4: Il silenzio

Oggi, una settimana dopo la sentenza, il nulla. Anche perché domani gioca la Nazionale, impegnata nel girone d’eliminazione per il Mondiale in Russia 2018, e complice la possibilitá di viaggiare senza bisogno di richiedere visti, a nessuno piú interessa se il vicino ha lasciato la moglie per sposarsi con un amico d’infanzia, nel frattempo rivelatosi trans, ed I due vogliono adottare un figlio siriano.

Prima di tutto, perché la questione siriana é piú vecchia di una settimana fa, e quindi é giá stata rimossa dagli argomenti di conversazione. In seconda battua, perché alla fine della fiera la vicina é tutto sommato giovane e carina, e se domani vinciamo la invito a uscire.

E cucina pure bene.

Nota: la vicina, cosí come il marito e l’amico trans son personaggi inventati e qualsiasi riferimento a persone o fatti realmente esistenti é puramente casuale.

E’ meglio specificarlo casomai lei non dovesse accettare l’invito.

Como niños

A veces, siendo necesario explicar algún concepto a otra persona, uno se pone a pensar en los tiempos, en la forma, en los contenidos.

Claro, obviamente uno podría improvisar; sin embargo, preparar un discurso es muy a menudo indispensable, precisamente para que formas y contenidos se adapten a los tiempos a disposición.

Al momento de elegir el contenido, entonces, uno vuelve a descubrirse totalmente o parcialmente ignorante sobre del tema que supuestamente iba a presentar a su propio público. Así empieza la investigación, que lleva junto la curiosidad.

Y acá llega a la superficie la verdad, es decir, que no somos nada más que niños frente al conocimiento: nos podemos mover perfectamente entre las estrechas barreras representadas por las paredes de la casa, pero como ya nos sacan a pasear al patio, descubrimos que tan poquito sabemos del mundo.

Nos entretenemos toda la vida con la historia y la geografía, con lugares, momentos y personas, leyendo libros de física como si fueran cuentos y estudiando mapas ni que fuera un juego.

Y cuando por fin conocemos perfectamente el patio, ése se vuelve calle, la calle pueblo, el pueblo ciudad… todavía lo que sabemos es nada: nos salva una inmensa, insaciable curiosidad.

La morte di Artemio Cruz

Consapevolmente o meno, ognuno segue schemi e rituali prima, durante o dopo un qualsiasi viaggio, indipendentemente dal fatto che si tratti di una mezz’ora di bus o di 18 ore di volo: non c’è via di scampo.

Questione di abitudini, esigenze o semplici coincidenze, si tratta di azioni che si ripetono sempre nella stessa maniera per decine di volte nell’arco di una vita, ed alle quali molto spesso non si fa nemmeno caso.

In questo momento per esempio sto tornando a Baranoa da Santa Marta, e per non smentirmi la signora seduta alla mia destra fa il segno della croce.

Per quanto mi riguarda, me ne viene in mente soltanto uno: portare con me “La muerte de Artemio Cruz”.

Si tratta di un romanzo di Carlos Fuentes, che fu uno dei massimi esponenti della letteratura messicana. Attraverso la vita e la morte di un grande -e fittizio- imprenditore di inizio ‘900, si ricostruisce la storia della rivoluzione messicana.
Lo comprai in una libreria di Monterrey nel dicembre del 2012, e mi accompagnò in varie avventure tra Bilbao, Parigi, Firenze, Quito e Santa Marta.

In realtà non c’è scaramanzia in tutto ciò, semplicemente non l’ho mai terminato; al contrario, ogni volta lo ricomincio da capo.

È questo il destino del ‘mio’ Artemio Cruz: esser costretto a morire continuamente,  sempre e solo nel titolo.

Almeno fino al prossimo viaggio.

E di nuovo cambio casa

… di nuovo cambiano le cose, cantava Ivano Fossati.

La prima volta che visitai la parte piú profonda – in quanto piú lontana dal mare – del dipartimento Atlántico, era febbraio del 2014. Nelle campagne, infatti, il Carnevale si festeggia forse piú, e certamente meglio, che in cittá: i numeri decisamente piú limitati permettono una migliore gestione della logistica e la bassa presenza di criminalitá comune fa sí che il clima sia molto piú disteso e rilassato.

Circa un anno e mezzo dopo, in una calda mattinata di fine settembre, mi ritrovai a Baranoa per iniziare una nuova avventura come professore d’inglese in un istituto magistrale pubblico. Definire il clima come caldo, tuttavia, non é sufficiente: é un eufemismo che non rende l’idea a riguardo delle temperature che oscillano tutto l’anno e tutti i santi giorni tra i 25 (le ore piú fresche della notte) ed i 38 gradi, con un’umiditá media giornaliera che supera l’85%.

Nonostante questo, grazie ad alcuni accorgimenti come anticipare le lezioni alle 7 del mattino, si puó sopravvivere anche qui. E’ il tipico paesino di campagna, con circa 50.000 abitanti e piú di un quinto in etá compresa tra i 10 e i 18 anni, in cui bene o male tutti si conoscono e una faccia nuova non passa inosservata.

Un venerdí sera, dopo la prima settimana di lezione, mi siedo con un collega nella piazza principale a bere una birra ed iniziano a passare alunni ogni 5 minuti, presentandomi mamme, papá, zii, cugini e  tempestando di domande.

“Teacher, ma lei conosce Gigi Buffon?”

“E quando iniziamo con le lezioni di italiano?”

“Ma la torre Eiffel é vicino a quella di Pisa?”

Tanto distanti non saranno: per gli anziani del paese si trovano entrambe in quel luogo indefinito, distante e senza tempo che é il por allá, il laggiú, quel laggiú che inizia a Barranquilla, si estende a tutti i punti cardinali e finisce chissá dove.

Piove sempre sul bagnato

Nel pomeriggio di oggi, il Presidente Juan Manuel Santos ha chiesto al governo dell’Ecuador di avviare un dialogo costruttivo per arginare i problemi insorti nel dipartimento di Nariño, nel sud del Paese.

Come se non bastasse la crisi venezuelana, infatti, la svalutazione del peso colombiano rispetto al dollaro USA -che l’Ecuador ha adottato come moneta ufficiale alcuni anni fa- ha generato conseguenze economiche inattese nelle zone di confine, tanto da portare il Presidente Rafael Correa ad invitare i cittadini ecuadoriani a non comprare elettrodomestici e beni di consumo in Colombia prima (1 settembre), e ad imporre pesanti dazi poi (10 settembre).

Impossibile adottare altri sistemi, non potendo svalutare autonomamente la moneta dello zio Sam.

“In questo momento”, sottolinea Santos,”si sta presentando un problema simile a quello con il Venezuela. In quel caso, a causa del tasso di cambio, i prodotti sono piú economici che in Colombia. In Ecuador é esattamente l’opposto”. Il Presidente ha poi incaricato la cancelliera María Ángela Holguín di riunirsi nella giornata di domani con il Governo ecuadoriano per valutare una possibile soluzione al problema.

Il viaggio in ogni caso era giá stato programmato: in agenda, l’incontro a Quito con la cancelliera venezuelana Delcy Rodríguez per fissare un colloquio tra Santos e Maduro.

Un colloquio con il forte retrogusto di match di boxe.

BioDiverso

Oggi, 10 settembre 2015, inizia la proiezione nei principali cinema del Paese di un documentario senza precedenti, Colombia Magia Salvaje, magia selvaggia.

Impressionanti i numeri proposti dalla produzione fortemente voluta dal gruppo Éxito, una delle maggiorni catene colombiane di supermercati: 90 minuti in cui, attraverso riprese a volo d’uccello, marine e terrestri si esplorano 85 differenti location e 20 ecosistemi, mostrando alcune tra le localitá piú suggestive del Paese del caffé.

Si inizierá un viaggio nella regione amazzonica, passando per la Sierra Nevada, l’isola di Providencia, il Chocó e molti altri luoghi affascinanti, per seguire le orme delle loro specie piú caratteristiche e peculiari, come la danta, l’hoazín, il giaguaro, il bradipo, il tucano.

Un lavoro degno di nota che sicuramente vale la pena d’esser visto e apprezzato tanto in patria quanto all’estero, senza scordare che si tratta di un Paese biodiverso in senso lato: di un Paese, cioé, in cui la differenza tra la vita di un cittadino e l’altro é ancora molto spesso abissale.

Ma su questo aspetto il gruppo Éxito non ha in programma alcun documentario.

Ma qui non é Medio Oriente

Un esodo di 16.000 abitanti in due settimane: 1.300 deportati con accuse varie e circa 15.000 persone che hanno deciso di abbandonare volontariamente la propria casa, temendo ritorsioni e maltrattamenti da parte della Guardia Nazionale.

Questi i dati rilasciati dalle Nazioni Unite sull’ultima crisi di confine tra Colombia e Venezuela, che ha portato, nella giornata di ieri, ad una riunione straordinaria con i Ministri degli Esteri di Brasile e Argentina a Bogotá per tentare di avviare un dialogo costruttivo tra i due Paesi.

Secondo fonti ufficiali, 5.6 milioni di colombiani vivono regolarmente in Venezuela, ed a causa della linea dura portata avanti dal Presidente Maduro, molti si sono visti costretti ad abbandonare ció che han conquistato in anni di duro lavoro: alcuni, non rassegnati al triste destino, hanno attraversato il fiume Táchira nei pressi di Cúcuta caricando sulle spalle pesanti lavatrici, frigoriferi, armadi e tutto quello che hanno potuto salvare.

Nel frattempo, i rifugiati -che molto spesso hanno perso qualsiasi tipo di contatto con i parenti in patria colombiana- sono ospitati in accampamenti improvvisati ed altre sistemazioni provvisorie, in attesa di una soluzione alla crisi diplomatica.

Mentre il Presidente Juan Manuel Santos esige rispetto per i protocolli migratori e la riapertura delle frontiere per scopi umanitari, da parte venezuelana non si vede nessun segnale di apertura. Oltre al danno, la beffa: agli studenti venezuelani che studiano in Colombia é stato permesso di tornare a casa per il fine settimana senza alcun tipo di problema.

Nel frattempo, in Venezuela si avvicina la ora delle elezioni politiche, e l’opposizione accusa il Governo di star cercando un capro espiatorio per sviare l’attenzione rispetto alla situazione economica disastrosa in cui versa il Paese. Dal canto suo, l’ex Presidente colombiano Alvaro Uribe Velez, strumentalizzando la crisi, si unisce ai movimenti di protesta: in Colombia é tempo di elezioni amministrative, e qualsiasi voto é benvenuto.

Ma qui non siamo in Oriente, né Medio né intero: non ci sono elementi di folklore come la religione islamica, la lingua incomprensibile ai piú, i cammelli.

Si é praticamente tutti cristiani, alcuni cattolici e altri meno.

Si parla la stessa lingua, anche se é un dialogo tra sordi.

Nel migliore dei casi, si possono fotografare serpenti, capibara ed altri animali non eccessivamente esotici.

Ed il fatto di avere un oceano nel mezzo contribuisce a renderla una tematica di scarso interesse per il pubblico europeo.

Una terra dimenticata ancora una volta: giustamente canta Carlos Vives, benvenuti alla Tierra del Olvido, la terra dell’oblio.